La prima cosa da cui si rimane colpiti è un candido trenino che conduce su, al Getty Center. Per prenderlo abbiamo imboccato la 101 N e poi la 405 S fino al Getty Center. All’arrivo c’è un enorme parcheggio sotto la montagna. Abbiamo parcheggiato al livello F e poi preso le scale mobili. Finalmente sù abbiamo trovato il trenino.
Dopo due, tre chilometri tra la vegetazione fitta che di tanto in tanto lasciava intravvedere le freeways giù in basso, siamo arrivati al Getty Center.
La pulizia dell’impianto, il nitore e il candore delle forme si manifestano con potenza. Intorno ad un luogo centrale, un’agorà, si affacciano quattro corpi principali che poi si intrecciano, creano luoghi secondari, collegamenti aerei, percorsi variamente segnati, portali, ed un bellissimo giardino. Tutto è declinato in varie nuance di bianco, dal travertino, portato direttamente da Tivoli, alla ceramica, ai materiali più tecnologici. Tutto riflette il sole e la luce ma con intensità disuniformi cosicchè oltre che per l’intreccio delle forme, l’architettura prende corpo per i diversi gradi di rifrazione.
Abbiamo passato una splendida giornata, cercando in qualche modo di placare e di sviare la noia e la stanchezza che dopo quattro ore di esposizioni e architettura ha inevitabilmente annichilito T e M.
Quindi, la degna conclusione, è stata quella di forsi meravigliose rotolate nello splendido prato dove non un filo d’erba aveva lunghezza superiore a quella del filo di fianco.