Time Out

14 Settembre, 2008 by f.

La vacanza è finita. Il blog (che in realtà è una sorta di diario personale) è tuttora in fase di rifinitura.
Per accedere le pagine consulta gli archivi di luglio, agosto e settembre.

Bilancio – Gli ascensori

31 Agosto, 2008 by f.

Mi chiedono di pubblicare la seguente classifica:

  1. al primo posto (per velocità e numero di ascensori) il Circus Circus di Las Vegas;
  2. al secondo posto (per stile: cambiavano zerbino all’interno la mattina, il pomeriggio e la sera e sopra c’era scritto “good morning”, “good afternoon” e “good night”) il W di San Diego;
  3. al terzo (per il buon compromesso tra velocità e stile giapponese che pervadeva tutto l’albergo) il Kabuki di San Francisco;
  4. l’ascensore del Days Inn di Page e quello del Best Western di Springdale portavano solo al primo piano (che per gli americani è il secondo) ma facevano il loro lavoro con dignità, quindi meritano il quarto posto ex aequo;
  5. il più lento (estenuante) era quello del Ramada di Los Angeles.

Bilancio – Piscine d’albergo

30 Agosto, 2008 by f.

Un tormentone, direbbe Guido Pancaldi il fil rouge del viaggo, è stato, per Marta e Tommaso, il bagno nella piscina dell’albergo. Ogni volta che cambiavamo città, la domanda “ma c’è la piscina nell’albergo dove dormiremo?” arrivava sicura.

Anche qui Tommaso, che stasera gentilmente ci concede la sua compagnia, esprime le sue preferenze:
  1. innanzitutto il Circus Circus di Las Vegas (varie piscine);
  2. poi Best Western di Springdale con una buona piscina e una ottima jacuzzi;
  3. Hotel Scottsdale con una piscina grande anche se l’acqua era calda (però bisogna dire che erano le 10 di sera e la temperatura superava i 38 gradi);
  4. Days Inn di Page dove la piscina era  buona ed anche la jacuzzi.
  5. alla piscina del Kokopelli di Sedona i kids nenche si sono avvicinati (o meglio, è stato loro impedito di fare il bagno): era poco più di una vasca con acqua torbida.

Bilancio – Le Colazioni

30 Agosto, 2008 by f.

 
Tommaso mi fa una sua classifica sulle colazioni che ha fatto durante questo viaggio (lui è un vero specialista di scrambled eggs, bacon e altre parti di maiale per cui la classifica è stilata in base alla presenza o meno nel menù di queste pietanze).

Le migliori colazioni potrebbero essere considerate rispettivamente:

  1. Best Western di Springdale (Zion Park): grande banco molto ben preparato con chef che osserva benevolo. Dice Tommaso che le salsicce erano la parte migliore (del maiale?)
  2. Circus Circus di Las Vegas, ristorente Buffet: mega self service separato in colazione americana e colazione continentale. Secondo me c’era un ottimo yogurt bianco;
  3. Grand Central (YMCA) di San Diego, dove ragazzi molto simpatici ci servivano delle ottime pancakes;
  4. Cameron Trading Post, sala bellissima, camerieri navajo gentilissimi e ottime omelette. Tra le altre cose, pane indiano fritto e una cofana di otmeal;
  5. Rice, ristorante del W, il nostro albergo di San Diego. Raffinato e molto chic e costosissimo. Bei piatti di frutta;
  6. Ramada di Los Angeles ha offerto una discreta colazzione con buoni waffles;
  7. Hotel Scottsdale prima colazione nella norma. Sempre a detta di Tommaso c’erano buone scrambled eggs;
  8. Kokopelli di Sedona non merita gli ultimissimi posti perchè almeno aveva le uova strapazzate;
  9. Bryce Inn di Tropic colazione nella reception, senza uova; con il proprietario che regalava il libro dei mormoni;
  10. Creek Inn di Cambria dove, in verità, la colazione era molto limitata ma con dei buoni pasticcini;
  11. Days Inn di Page non merita nenache l’ultimo posto in classifica. In piedi a fare la fila nella reception per tostare il pane (fila di 10, 15 persone), pochi tavoli, anche sporchi.

Ultime occasioni

27 Agosto, 2008 by f.

L’ultimo giorno è dedicato alle compere. Parcheggiamo laura da Gap perchè vuole almeno tre ore senza pressioni e interferenze per scegliere i suoi capi con tutta l’indecisione di cui è capace. Me ne vado all’Apple Store di Stockton ST, dove già ero stato ieri sere, con Marta e Tommaso, li parcheggio davanti a due iMac nella Kids Zone a giocare e mi metto a curiosare. Dopo un pò, circa un paio d’ore (aiutati da un burrito, un pretzel al sale e una bottiglia di acqua minerale), torniamo da Gap. Laura si aggira tra gli scaffalli e mi dice tutta contenta: “pansa, ho già scelto tre paia di pantaloni”. Dopo due ore!! Jesus, che rapidità.
Mi lascio prendere dalla foga anch’io e compro un pò di cose. Poi Tommaso, Marta e Io andiamo a comprare i guanti da baseball, torniamo da Gap. Il tempo di fare qualche giro nel negozio e non li trovo piu. Sto un pò lì ad aspettare poi mi vado a prendere un caffè e già che ci sono entro in un centro commerciale a comprarmi un paio di scarpe.
E’ ora di tornare in albergo, forse loro sono là. Prendo un taxi e mi avvio. Dopo tre minuti squilla il telefono è Laura che mi dice che sta aspettando da Gap. Buonanotte. Ci vediamo in albergo.

Apple San Francisco

26 Agosto, 2008 by f.

Apple Store SF

In questo momento sono davanti a un iMac nell’Apple Store di San Francisco. Allego una immagine catturata con PhotoBoot a testimonianza dell’evento.

Ristorante Fresca Fillmore

24 Agosto, 2008 by f.

Il ristorante, di ispirazione peruviana, è per me il migliore in cui ho mangiato durante l’intera vacanza. Si trova a Fillmore, il quartiere multietnico per eccellenza di San Francisco. Non è un posto molto grande, una cinquantina di coperti, parte dei quali è sistemata lungo un bancone alto che affaccia su una cucina a vista (un grande piano cottura con i fuochi sempre al massimo e le padelle ben calde e un banco per le preparazioni). I cuochi sono molto efficienti e intrecciano i loro movimenti in uno spazio limitato senza ostacolarsi a vicenda.

Abbiamo assaggiato, la prima sera, una selezione di tre carpacci: tonno, halibut e branzino (sea bass), conditi con lime, emulsione di ginger ed altri odori e spezie a me incogniti.  Poi, a seguire, ahi mignon (rose pepper crusted ahi tuna, purple potato puree, pickled papaya, aji huacatay, soy ginger emulsion) e sudado fusión (broiled sea bass, prawns, clams, mussels, crispy yucca, tamarind infused coconut broth, aji amarillo). I kids hanno preso paella (aji panca spiced rice, clams, mussels, prawns, scallops, squid, fish, chorizo, chicken, andean corn). La seconda serà abbiamo optato per la carne: churrasco (grilled new york steak, purple potato hash, wild mushrooms, watercress salad, tomato chimichurri) e cordero (pistachio crusted colorado rack of lamb, mint mojo, quinoa taboulé, truffle mashed potatoes, demi-glaze).

Per finire, un delizioso sorbetto.

L’intero menù della sera è qui.

The croockedest street…

24 Agosto, 2008 by f.

the croockedest street...

the croockedest street...

Dal molo 39 di Fisherman’s Warf abbiamo percorso tutta Jefferson St (strada-negozio attacata ai moli. Molta roba in vendita è paccottiglia, comunque è divertente curiosare tra magliette, occhiali, statue, scarpe, ristoranti, spettacoli musicali, giochi di prestigio, statue di cera, churros, giochi di carte, acconciature) dopodichè abbiamo piegato a sinistra per Hyde St e lì è iniziata la salita, veramente notevole, fino ad incrociare Lombard St nel punto in cui diventa famosa per essere the Crookedest Street in the World. Salendo e voltandosi per dare uno sguarda verso il Fisherman’s si apre una vista mozzafiato della baia di San Francisco che dà il senso di quanto siamo saliti partendo dal livello del mare.

Scendiamo per la Crookedest Street. La strada è formata da corsie laterali, rampe e gradini, per pedoni e da una corsia centrale paragonabile ad uno slalom speciale per le autovetture circondata da aiuole con fiori bellissimi e, ai due lati, villini e appartamenti incastonati su un piano inclinato.

Fisherman’s Wharf

24 Agosto, 2008 by f.

Nel tripudio di colori, odori, lingue che ti avvolge passeggiando a Fisherman’s Wharf, ovviamente non possono mancare i suoni…

Pier 39

24 Agosto, 2008 by f.

Il Pier 39 è il più famoso, colorato, pieno di vita dei moli di Fisherman Wharf che contagia con la sua vitalità tutta la zona circostante. C’è un miscuglio di razze, odori, suoni, colori, lingue, locali, spettacoli che abbaglia, che stordisce. Vorresti fotografare, registrare, imprimere nella retina tanto contrasto, quel melting polt al quale contribuiscono, oltre agli umani, anche gli stridii dei leoni marini distesi indolenti sulle piattaforme di legno adagiate sulle acque della baia. Assistiamo tra l’altro a un gradevole spettacolo tenuto in un teatrino all’aperto, messo su da una ragazza molto brava che coinvolge la multietnia che passeggia sotto il sole caldo del pomeriggio. Tommaso e Marta sono affamati. Compriamo un churros a testa e un pò ne mangiamo anche noi. Anche qui c’è un Bubba Gump, come sulla spiaggia di Santa Monica.

Calico

23 Agosto, 2008 by f.

Calico è una Ghost Town, città fantasma (adesso) fondata intorno alla fine del 1800 in prossimità di una miniera.
E’ un caratteristico villaggio Far West, o almeno, di quello che il nostro immaginario associa la concetto di Far West: Main Street, Saloon, ufficio dello sceriffo, uffici della campagnia mineraria, stalla, Drug Store e tutta la parafernalia di selle, colto, stivali, lazos, foto con il cowboy e perchè no, anche cacus e rattlesnakes.
Gli americani (i Gringos) conoscono bene il nostro immaginario: l’hanno creato loro e pertanto hanno gioco facile a rivendercelo (ance lì, in un luogo deserto, a parte i pochi viaggiatori incuriositi, tutto ha esposto un cartellino on il prezzo in dollari ma senza tasse).

Due Tiberi al Nepenthe

23 Agosto, 2008 by f.

Dopo un solido hamburger Tommaso si esibisce nella sua interpretazione preferita.

Cambria

22 Agosto, 2008 by f.

Quando arriviamo al Creek Inn il motel sembra materializzarsi dal buio. E’ una struttura molto carina con le case colorate di giallo disposte a corte intorno a uno spazio centrale che serve anche da parcheggio. Il proprietario ci mette subito a nostro agio ed è prodigo di informazioni sulle bellezze del posto, su dove mangiare, su cosa fare. Sono le 20:30 ed io sono un pò perplesso perchè mi sembra di essere in mezzo ad un deserto e trovare un posto dove mangiare potrebbe essere un problema anche in una grande città.

Comunque la stanza è la numero 8. Scarico le valige mentre la truppa prende possesso degli alloggiamenti. Il tempo di far passare una buriana (incidente a Marta che incoccia con il didietro sullo spigolo del comodino) e si fanno le 9:10. Finalmente usciamo, a piedi. Io sono sempre più scettico ma dopo aver fatto qualche centinaio di metri ci si presenta davanti un variopinto mondo di luci e di casette colorate, di locali con musica dal vivo e bikers che sorseggiano bevande ricorosamente analcoliche ai bordi della strada. Raggiungiamo il Lynns, il ristorante consigliatoci dal proprietario: una sala molto bella e luminosa, in un edificio d’epoca ricostruito dopo un incendio, che più di tutto sembra un’ottima pasticceria. Tra le cose buone assaggiate ricordo senz’altro i gamberoni (freschissimi) passati nella farina di cocco e poi fritti da intingere in una salsa all’arancia e uno splendido cheese-cake. Bambini come al solito soddisfatti a colpi di polpette, patatine e ketch-up.
Torniamo al motel soddisfatti.

Santa Monica

21 Agosto, 2008 by f.

Walt Disney Concert Hall

21 Agosto, 2008 by f.

Getty Center

20 Agosto, 2008 by f.

La prima cosa da cui si rimane colpiti è un candido trenino che conduce su, al Getty Center. Per prenderlo abbiamo imboccato la 101 N e poi la 405 S fino al Getty Center. All’arrivo c’è un enorme parcheggio sotto la montagna. Abbiamo parcheggiato al livello F e poi preso le scale mobili. Finalmente sù abbiamo trovato il trenino.

Dopo due, tre chilometri tra la vegetazione fitta che di tanto in tanto lasciava intravvedere le freeways giù in basso, siamo arrivati al Getty Center.

La pulizia dell’impianto, il nitore e il candore delle forme si manifestano con potenza. Intorno ad un luogo centrale, un’agorà, si affacciano quattro corpi principali che poi si intrecciano, creano luoghi secondari, collegamenti aerei, percorsi variamente segnati, portali, ed un bellissimo giardino. Tutto è declinato in varie nuance di bianco, dal travertino, portato direttamente da Tivoli, alla ceramica, ai materiali più tecnologici. Tutto riflette il sole e la luce ma con intensità disuniformi cosicchè oltre che per l’intreccio delle forme, l’architettura prende corpo per i diversi gradi di rifrazione.

Abbiamo passato una splendida giornata, cercando in qualche modo di placare e di sviare la noia e la stanchezza che dopo quattro ore di esposizioni e architettura ha inevitabilmente annichilito T e M.

Quindi, la degna conclusione, è stata quella di forsi meravigliose rotolate nello splendido prato dove non un filo d’erba aveva lunghezza superiore a quella del filo di fianco.

Los Angeles

18 Agosto, 2008 by f.

Vegas

17 Agosto, 2008 by f.

Che dire, ci siamo arrivati dallo Utah dove regalavano il libro dei mormoni a colazione. Las Vegas è visibile da un centinaio di chilometri di distanza: un bagliore nel deserto, in basso (dallo Utah ci si arriva scendendo, giù in fondo…).

La freeway, abbastanza fortunosamente ci porta proprio al nostro albergo: il Circus Circus, in fondo alla Strip come chiamano il Las Vegas Boulevard

Da Bryce Canyon a Springdale (Zion)

16 Agosto, 2008 by f.

Bryce Canyon

16 Agosto, 2008 by f.

(francesco)

Bryce Canyon si rivela all’improvviso d è una sorpresa per chi viene dal Grand Canyon. Lì c’è una grande ferita scavata dal Colorado River: la maestosità è definita per sottrazione. Qui invece, è un mondo di guglie e pinnacoli con colori che cambiano dal bianco al rosa salmone. Ogni vista merita di essere impressionata, ogni anfratto nasconde un microcosme frattale che riproduce in piccolo l’intero.
Per quante fotografie faccia, ho sempre la sensazione di aver tralasciato qualcosa.

(Tommaso)
Il navajo trail. Abbiamo deciso di scendere in fondo al Bryce Canyon, fino ad arrivare al navajo loop. La discesa è stata molto divertente, proprio perchè era una discesa! Le rocce erano tutte color bianco e arancione. In fondo alla discesa c’era una gola e un albero altissimo con una punta in cima.
Io  Marta ci siamo rintanati in uno scavo nella roccia per ripararci dal sole. Dopo è cominciata la terribile risalita sotto un sole cocente e immersi in una luce accecante.
 
(Marta)
Dopo finita la discesa, siamo ritornati su. Poi sono rimasta indietro perchè non ce la facevo più a camminare. Gli altri erano fermi ad aspettarmi, così papà e tornato indietro e con piano piano abbiamo superato tutti. Ma non abbiamo raggiunto Tommaso e Mamma.
Quando io e papà siamo finalmente riusciti ad arrivare alla fine, abbiamo trovato Tommaso da solo che riposava sulla panchina e gli abbiamo chiesto: “Dov’è mamma”?
E lui ci ha risposto: “E’ andata a comprare l’acqua”.
Poi ci siamo fatti le foto, ci siamo un pò rilassati ed è arrivata mamma e ci ha detto che l’acqua da bere non c’era ma si potevano sciacquare i piedi.  Così siamo andati tutti insieme a rinfrescarci.

Verso Bryce

16 Agosto, 2008 by f.

Sulla strada per il Bryce Canyon mi sono fermato di tanto in tanto a scattare qualche foto dei luoghi che mi sembravano maggiormente degni di essere immortalati (tantissimi, per la verità).

Mentre fotografavo un casale/motel molto grazioso (tetti spioventi, tutt’intorno un prato inglese curatissimo, l’ingresso dalla strada segnalato da un portale in legno) è spuntato dal retro della maggione un pick-up rosso amaranto con a bordo una coppia. Mormoni, con ogni probabilità.
Lui (circa 35 anni, aspetto nordico, circa un metro e novanta) è sceso e mi si è avvicinato. Lei (capelli sicuramente biondi, il resto indefinito per via dei vetri fumè) è rimasta in macchina.
Con modi molto gentili l’uomo mi ha chiesto se mi fossi perso o se comunque avessi bisogno di qaulche informazione. Dato che non davo certo mostra di essere sperduto (stavo fotografando) credo si sia avvicinato per accertarsi delle mie intenzioni, per capire chi fossi. L’ha fatto con modi estremamente cortesi, mettendomi immediatamente a mio agio. Gli ho risposto che venivo da Roma (gli americani, quando gli dici che vieni da Roma, vanno in brodo di giuggiole e cominciano ad emettere degli “ohhh” di meraviglia, con aria sognante. Così è stato anche per il mormone).
Gli ho detto che la nostra meta era il Bryce Canyon e lui ci ha indicato i suo tre scenic point preferiti: il Sunset Point, l’Inspiration Point e il Bryce Point.
L’ho ringraziato per i consigli, ci siamo stretti la mano e siamo ripartiti per l’escursione. 

Tropic, Utah

15 Agosto, 2008 by f.


Il caldo dell’Arizona è oramai alle spalle. Lo Utah è decisamente più fresco. Siamo saliti di quota, lungo la strada e alle pendici delle montagne la vegetazione ha cambiato aspetto: siamo passati dal cespuglio che rotola nella sabbia del deserto alle conifere. Qui il paesaggio è subalpino e la temperatura è sotto i 60° F.
Tropic è una strada, Main Street, epoche case compreso un ufficio postale. Ci sono, invece, molti motel per via della vicinanza con il Bryce Canyon. Avevamo preavvertito il proprietario che saremmo arrivati tardi e lui ci ha fatto sapere che ci avrebbe aspettato fino alle 21.15. Credevamo di essere arrivati in tempo ma non avevamo considerato che lo UTAH, benchè ricada sotto lo stesso fuso orario dell’Arizona, a differenza di quest’ultimo usa l’orario solare (DST) per cui, in realtà, siamo arrivati alle 22.10. Il proprietario, mormone,ci ha gentilmente lasciato un biglietto di benvenuto in una busta attaccata alla porta della reception con dentro le chiavi della nostra casetta (il motel è in realtà un insieme di casette molto carine, costruite con tronchi di legno) e le istruzioni per il collegamento wireless.
La gente qui ha una fiducia del prossimo…
Entriamo, scarichiamo, ci sistemiamo. Fuori la temperatura è piacevolissima. Me ne sto 5 minuti seduto davanti casa. Non si ode un rumore e il cielo è nero intenso. E’ tempo di riposare, i miei 300 chilometri li ho fatti anche oggi.
(Flickr)

Da Page a Tropic

15 Agosto, 2008 by f.

Viaggio un pò complicato, il navigatore non riconosce le strade poi, in qualche modo, imbocchiamo la Highway 89 (Utah Heritage Highway 89) che attraversa quella che i mormoni, etnia dominante qui, definiscono “The Mormon Pioneer Heritage Area”. Facciamo una sosta a Kanab (anche per verificare se stiamo procendo in direzione giusta visto che siamo sprovvisti di mappe dettagliate avevando riposto estrema fiducia nel navigatore che, in quell’area, non vuole saperne di riconoscere le strade). Continuiamo il tragitto, facciamo un’altra sosta ad un distributore con grocery annesso (li troviamo un gruppo di italiani che stanno preparando panini con fette di carne cotte alla griglia). E’ buio pesto: fuori il paesaggio è decisamente alpino e la temperatura è molto calata. Ancora mezzora, intorno alle 20.40, e svoltiamo a destra sulla Utah 12 (è una scenic byway e, a farla di giorno, il paesaggio che si attraversa dovrebbe essere stupendo) fino a Tropic. Sono le 21.10 quando arriviamo, o almeno noi così crediamo (percorso).

Lake Powell

15 Agosto, 2008 by f.

Il lago prima non c’era, è un lago artificiale creato, a partire dal 1956, tramite la costruzione di una diga sul fiume Colorado, lungo il confine tra Arizona e Utah (per la precisione, la diga è in Arizon e la gran parte del lago si trova invece nello Utah). La diga comportò l’allagamentodel Glenn Canion e la formazione, in 17 anni, del secondo lago artificiale degli Stati Uniti.

Al lago ci si arriva dall’alto, attraversando un ponte in ferro costruito per collegare le due sponde del canyon, oltre la diga. E’ una enorme chiazza turchese incastonata tra l’ocra scuro del terreno desrtico che lo accoglie.
Noi ne visitiamo una infinitesima porzione: non abbiamo tempo per un’escursione in barca (dura 5 ore e visita alcuni degli oltre 80 canyon secondari in cui è articolato il Glenn Canyon). Così passiamo parte della mattinata e il primo pomeriggio su una spiaggia di Wahweap Marina (Arizona) a prendere il sole. 

Monument Valley

14 Agosto, 2008 by f.

Si parte da Page alle 10:30 circa. Dalla I89 abbiamo imboccato la I98 (piccolo rebus). La strada si srotola sull’altipiano a circa 6000 piedi di altezza (intorno ai 1.600 metri, credo) segue gli avvalamenti e le risalite naturali. La prateria sembra senza fine; di tanto in tanto emergono formazioni rocciose. Poi la montagna si fa più continua sul lato destro mentre a sinistra la prateria si estende a perdita d’occhio.
Noi continuiamo a viaggiare sul nastro nero srotolato sulle alture. Dobbiamo raggiungere Kaienta a circa 100 km di distanza. Alla fine la I98 sfocia sulla 164. Altri 30 km e siamo a kaienta, un gruppo di case con i tetti colorati. Di tanto in tanto il paesaggio è segnato da insediamenti navajo (poche baracche dall’aspetto molto dimesso). Anche qui, come lungo le strade che portano al gran Canyon, i navajo vendono monili segnalando i loro banchetti con bandiere colorate.
Da Kayenta in poi si entra nel parco della Monument Valley.
Qui la natura ha messo in mostra se stessa con tutta la sua capacità creativa, incredibili monoliti rossi, guglie, ripidi pareti scolpite nelle forme più estreme violentemente in contrasto con il cielo blu intenso.
Facciamo sosta al Navajo Monument Valley Trading Post. Sono le 14. La vista dei monoliti rossi, qui dall’altopiano, toglie il fiato. Sembra che John Wayne debba apparire da un momento all’altro: qui sono stati girati decine di film western; questi luoghi hanno contribuito a definire, nell’immaginario collettivo, il mito della prateria, il far west come oggi lo immaginiamo.
Tanto di cappello.
A proposito di cappelli, qui, come a Cameron, ce ne sono in vendita di bellissimi, in feltro o in pelle, per sentirsi un pò sceriffi oppure fuorilegge…

Page

13 Agosto, 2008 by f.

Dal Gran Canyon a Page impieghiamo più di due ore sulla 64. L’albergo, il Days Inn, o Expedia ci fanno un brutto scherzo e la stanza non fumatori che avevamo richiesto non è più disponibile. Il problema è che la stanza fumatori che ci hanno riservato è impregnata di fumo nelle tende e nella moquette. Comunque, raggiungiamo un compromesso: la prima notte ci sistemeranno in una stanza non fumatori poi traslocheremo nella stanza fumatori di cui sopra.
In compenso c’è una piscina carina con Jacuzzi all’aperto che i bambini hanno già adocchiato.
Vabbè…

Grand Canyon

13 Agosto, 2008 by f.

Si parte da Cameron, una distesa desolata di pietre e terra riarsa con gruppi di baracche navajo che spuntano di tanto in tanto.
Le tracce del Gran Canyon man mano che procediamo cominciano a farsi piu’ evidenti: profondi solchi scavati da rami secondari del Colorado River, piccoli canyon con visita a pagamento (la gestione di queste piccole attivita’ collaterali al grande business del Grand Canyon, e’ tutta navajo, o almeno, cosi’ a noi sembra).
Il luogo e’ maestoso, l’occhio si perde seguendo la linea dell’orizzonte. Alcune cime svettano all’improvviso nella prateria.
La strada comincia a salire. Di tanto in tanto, nelle piazzole frequenti, i navajo hanno allestito le loro bancarelle in legno, con le bandiere che sventolano a richiamare i turisti ai bordi della strada. E’ tutta paccottiglia Made in China quella venduta da questa povera gente (tutti sono pero’ proprietari di enormi pickup: mi ricordano molto i nostri zingari).
Arrivati all’ingresso del Grand Canyon bisogna pagare 25 $ per entrare: l’ingresso e’ settimanale e, versando una integrazione, si può estendere agli altri parchi (Lake Powell, Zion, Bryce, ecc.).
Il lavoro fatto dal Colorado qui è notevole: la costante erosione che il fiume ha inferto agli strati di arenaria ha praticato una enorme ferita che si snoda per qualche centinaio di chilometri ed è larga anche 20.
Non ci avventuriamo in escursioni in barca nè in giri in elicottero che, certo, aiutano ad afferrare l’intero lavoro fatto da madre natura. Ci limitiamo ad ammirare l’opera, per così dire, dal South Rim. Il North Rim, che in linea d’aria dista una ventina di miglia, necessita per essere raggiunto di un viaggio di circumnavigazione di circa 300 miglia. Passiamo lì il pomeriggio. Ci avventuriamo in qualche discesa su sentieri impervi (ma neanche tanto), facciamo un giro in bus, saliamo sulla . Poi, soddisfatti, ripartiamo verso un nuovo posto letto.

Si fa colazione

13 Agosto, 2008 by f.

La sala della colazione del Cameron Trading Post e’ bellissima. Entrando si rimane impressionati dalla bellezza del soffitto in ferro battuto, incredibilmente lavorato. La sala e’ decorata con tappeti e arazzi indiani e fotografie del Grand Canyon. Una parete e’ per buona parte occupata da uno splendido camino in pietra. Ci sono molti italiani, diciamo che la nostra e’ la lingua piu’ parlata. Seguono i navajo, gli americani, i francesi e a ruota tutto il resto dell’occidente (compresi i giapponesi).
La colazione e’ caratterizzata da piatti di forte ispirazione indiana (come e’ ovvio). Io prendo il “Cameron Continental Special” che e’ composto da Golden Navajo Fried Bread (una sorta di focaccia fritta, ottima per cominciare la giornata), Coffee (bibitone), Orange Juice. Il mio problema con la colazione negli USA e’ che io odio mangiare uova di mattina per cui mi devo arrangiare dribblando gli innumerevoli piatti, in realta’ tutti uguali, che contengono uova (provero’ ad elencarli in un post apposito).
Gli altri tre prendono le solite cose (cioe’scrambled eggs).

Cameron Trading Post

12 Agosto, 2008 by f.

Raggiungiamo il Trading Post intorno alle 23.00. Il navajo di guardia ci accompagna alla reception per viaggiatori sperduti nel cuore della notte. Facciamo il check-in e ci precipitiamo (cioe’ trascino su’ le valigie, la camera e’ al primo piano, con un mal di schiena da urlo) in camera distrutti dalla stanchezza. Avevamo precisato, prenotando, che saremmo arrivati nel pomeriggio inoltrato; per fortuna la prenotazione era stata mantenuta. Due francesi in moto arrivati contemporaneamente a noi, non hanno trovato posto. L’indiano gli ha detto di tornare a Flagstaff e provare lì (in tutta la zona del Grand Canyon, come intorno agli altri parchi, non c’è un posto disponibile).

Il motel, un vero trading post indiano, e’ spartano, giusto il necessario, includendo in quest’ultima categoria una macchina per il caffe’, americano, e la connessione wireless ad internet gratuita. Fuori è buio e d’altronde non abbiamo la forza di guardare il panorama. Domani mattina si vedrà.
(ed ecco quello che si vede “domani mattina”)

Navajo Nation

12 Agosto, 2008 by f.


D’ora in avanti il viaggio attraverserà la riserva navajo (Navajo Nation)

Red Rocks

12 Agosto, 2008 by f.


Dopo una giornata trascorsa a passare in rassegna le nuove iniziative immobiliari di Sedona siamo finalmente partiti per un’escursione in jeep attraverso le montagne rosse (red rocks). Guida John, un quasi cow-boy (o almeno, agghindato come tale) con tanto di colt 45 vera (ma col tamburo vuoto ed un solo proiettile nel taschino del gilet di pelle con le frange).

Abbiamo “percorso” le piste che circondano le montagne: sembrava di essere su un ottovalante con incluso l’optional del rimbalzo. La jeep infatti letteralmente rimbalzava, affrontando in salita o in discesa incredibili asperità, gradoni, tratti ripidissimi.
Marta e Tommaso, soprattutto Marta, erano terrorizzati. John correreva senza ritegno, lasciava lo sterzo e alzava le mani al cielo per spaventare ancora di più Marta che presa dal panico ha cominciato a parlare un inglese fluente pregando John di riportatrci a casa. Laura si reggeva ai maniglioni e io fingevo di fare l’indifferente cercando, tra un sobbalzo e l’altro, di fare qualche foto.
Ci fermiamo a fare una sosta per bere un pò d’acqua, che John aveva in un frigo portatile montato sul cofano della Jeep, a fare qualche foto e ad ammirare il panorama. Ripartiamo per Sedona e la strada si fa più dolce mano a mano che procediamo. John ci riaccompagna in albergo. Lì ci salutiamo (abbiamo pure fraternizzato sobbalzando).
Il tempo di prendere i bagagli, una sosta al Cow-boy Club, per la razione di ciccia serale e poi, alle 20:30, partiamo per Cameron.

Sedona

11 Agosto, 2008 by f.

Siamo partiti da Scottsdale intorno alle 15, dopo essere ritornati in albergo a prendere le valigie. Questa parte dell’Arizona è terribilmente calda. L’aria condizionata è al massimo. La strada inizialmente si snoda lungo praterie (non è un modo di dire) deserte per poi cominciare a salire e il paesaggio circostante si fa più montuoso, pur conservando le caratteristiche del deserto. Dopo quasi quattro ore di strada raggiungiamo Sedona intorno alle 18:30.
La prima cosa che colpisce è il colore rosso delle rocce; la seconda cosa è l’aspetto molto far west della cittadina: una strada principale con le case (i negozi e i ristoranti, in realtà) ai lati. In realtà, avremmo scoperto poi, le case stanno più all’interno, in alcuni casi formano lussuosi resort, in altri casi si tratta di megaville isolate. Insomma, il posto è un luogo di villegiatura termale (ci sono anche i vortexes: “In Sedona vortexes are created, not by wind or water, but from spiraling spiritual energy. The vortexes of Sedona are named because they are believed to be spiritual locations where the energy is right to facilitate prayer, mediation and healing. Vortex sites are believed to be locations having energy flow that exists on multiple dimensions. The energy of the vortexes interacts with a person’s inner self. It is not easily explained. Obviously it must be experienced”) pure abbastanza chic.
Comunque, localizziamo con un pò di fatica (il paese ha in corso una pesante ristrutturazione della rete stradale per cui il navigatore non funziona) l’albergo Kokopeli e dopo esserci ripresi andiamo a mangiare in un locale consigliatoci da un indigeno: il cowboy club. Tommaso ordina il solito panino con la polpetta e il formaggio arancione, Marta il pollo, Laura comincia con un’entree di cactus fritto e io continuo nella mia ricerca della bistecca perfetta. Tra le pietanze ho trovato almeno un paio di piatti con rattlesnake (serpente a sonagli)! Qui c’è il menu

Taliesin West

11 Agosto, 2008 by f.

Cosa è Taliesin. Innanzitutto chiariamo subito che ce ne sono due: Taliesin est in Wisconsin e Taliesin west in Arizona. Noi visitiamo la seconda. E’ una scuola di architettura, un luogo di ricerca, di studio, di meditazione, di dimora per gli allievi di Frank LLoyd Wright, propabilmente il più importante architetto americano.
Per arrivarci (percorso) si esce da Scottsdale e si percorre per qualche chilometro una stradina che conduce ad un’altura isolata (all’incirca 500 metri più sù del centro abitato) sulla quale Wright ha fondato un luogo ideale, concepito sulla base dei principi dell’architettura organica, in piena continuità con il territorio, dove luce, colore e calore modellano le strutture progettate e costruite dall’uomo.
Tuttora a quasi 50 anni dalla morte del maestro, studenti di architettura di tutto il mondo vengono qui a studiarne l’opera e, dopo una dura selezione (mediamente si presentano circa 400 studenti all’anno) 25 di loro rimangono a vivere per seguire il corso annuale.
La visita è emozionante. Le costruzioni, i luoghi privati e quelli collettivi, gli spazi per lo studio e quelli per il tempo libero, quelli per il riposo e la meditazione, tutto è progettato in continuità con il naturale scorrere del tempo e delle stagioni, del giorno e della notte. Ogni elemento naturale costituisce occasione, spunto e pretesto per arricchire l’opera di architettura.
Nel nostro giro attraverso gli spazi di Taliesin Tommaso trova anche il modo di eseguire la sua sonatina preferita al pianoforte del maestro, nel soggiorno dell’abitazione privata.
Il cielo fuori è di un azzurro intenso, quasi innaturale. Non c’è un filo di umidità e la temperatura è elevatissima. Giriamo con un ombrello che ci protegge dal sole nel passare da un edificio all’altro.
Andiamo via da quel luogo con un senso di pienezza e, vorrei dire, di calma interiore. Scendiamo giù verso Scottsdale per riprendere i bagagli che abbiamo lasciato in albergo. La prossima tappa è Sedona.


(Flickr)

Verso Scottsdale

10 Agosto, 2008 by f.

E’ arrivato il momento di lasciare San Diego. Qui abbiamo trovato un tempo splendido, una città bella ed elegante, molto rilassata, non congestionata; veramente un posto dove tornare. Partiamo con comodo intorno alle 12:30; abbiamo di fronte un viaggio di 366 miglia (589 chilometri). Ci siamo procurati (da Ralphs, un grande grocery in G street, una cassetta di polistirolo e un sacchetto di ghiaccio e dentro ci abbiamo infilato un pò di generi di sopravvivenza (si fa per dire): acqua, bibite vitaminizzate, latte al cioccolato, pane, salame, formaggio.
Dopo innumerevoli immissioni da una highway all’altra finalmente imbocchiamo la Interstate 8 in direzione Est che ci porterà a Gila Bend, quindi la AZ85 e la Interstate 10 fino a Scottsdale (sobborgo di Phoenix), in Arizona. Devo dire che senza navigatore l’impresa sarebbe stata veramente ardua.
Facciamo una prima sosta dopo un centinaio di chilometri nei dintorni di Live Oak Springs ad un Golden Acorn (sorta di locanda per il viandante rivisitata in modalità americana: “Open 24 hours a day, 7 days a week, our Travel Center offers what you need to make traveling more comfortable. This includes competitively priced gasoline and diesel fuel as well as a fully-stocked convenience store, offering your favorite snacks, beverages, and travel accessories”. 
La temperatura fuori comincia a diventare più calda. Saremo intorno ai 100° F. Siamo molto vicini al Messico (in alcuni punti la I8 è tangente al confine). La Border Patrol è molto frequente. Facciamo sosta nel deserto ad una Rest Area che in realtà era una antica stazione di posta navajo; saremo intorno ai 115 F. Il calore ti entra dentro, è pervasivo. Continuiamo così per un pezzo. Scottsdale ci appare subito, nel buio, come un quartiere residenziale molto elegante,con ampi prati, belle ville, istituti di ricerca, resort. Tutto al massimo di due piani di altezza. Il motel dove alloggiamo è dignitoso, con una bella piscina che, data la temperatura esterna, non possiamo fare a meno di provare. Sono le 10 di sera e ci saranno circa 38/40 gradi.

Navajo Restroom

Navajo Restroom

Il ritiro della macchina

10 Agosto, 2008 by f.

Marta ed io andiamo all’aeroporto in taxi a ritirare la macchina prenotata: un “mid suv”. Arriviamo in 15 minuti agli uffici della National Car. Lí compilo i moduli, aggiungo un’altra assicurazione a quelle giá incluse nella tariffa (gli impiegati delle agenzie di noleggio sono molto bravi a terrorizzarti), aggiungo un navigatore satellitare. Totale 840 dollari, circa 500 euro, per 20 giorni. Non male.
L’impiegato mi consegna i moduli da compilare; glieli restituisco dopo qualche minuto insieme alla carta di credito. Dopodichè mi consegna il contratto e mi indica una fila di suv. Mi dice di sceglierne uno a mio piacimento. Arrivederci e grazie.
Marta passa in rassegna le macchine; sono tutte tirate a lucido, praticamente nuove. Scegliamo uma Chevrolet Equinox bianco candido. Imposto il navigatore per tornare in albergo, passo mentalmente alla guida senza marce e via. Dieci minuti per raggiungere l’albergo e caricare le valigie, altri cinque minuti per raggiungere Tommaso e Laura da Ralphs, dove facciamo rifornimento di viveri per affrontare il viaggio per Phoenix.

 

Cani e padroni di cani

10 Agosto, 2008 by f.


A San Diego non c’è motivo di odiare i cani. Non capiterà mai di doversi fermare per strada, appogiarsi a un lampione a togliere la cacca (m…..) di questo grazioso amico dell’uomo, magari aiutandosi con lo stecco di un magnum al cioccolato appena finito di divorare per la bisogna con voracità e velocità (la sostanza si è insinuata in profondità, persistente e refrattaria, tra i solchi delle candide nike nuove di zecca, appena scoperte in occasione scontatissima al supermercato dietro l’angolo). No non capiterà mai.
Nè capiterà mai di dover buttare nella spazzatura quel completino così carino che il monello indossava quel giorno al parco dove, oltre ai ragazzacci che giocano a palla, trafficano anche i padroni di cani con i loro guinzagli in vero vitello penzolanti e le bestie libere di fare i loro bisogni dove più gli aggrada. Lì, in quel parco, il monello si è completamente e irrimediabilmente intriso della sostanza marrone, rotolandosi nell’erba.

A San Diego la cacca di cane non esiste. Non so dove vanno a fare i loro bisogni, non so chi pulisce; sta di fatto che i larghissimi marciapiedi sono puliti e liberi da ogni impedimento, pista ideale per skaters veloci.

Mission Beach

9 Agosto, 2008 by f.
Oggi tocca a Mission Beach, una spiaggia più vicina a San Diego rispetto a quella di ieri. E’ una spiaggia molto popolare e frequentata. Sull’autobus, sempre il 30, c’è molta gente diretta lì. Noi siamo seduti negli ultimi posti. Tommaso e Marta si esibiscono nel loro passatempo solito quando sono in un bus: battono reciprocamente le mani recitando una cantilena hip hop piena di bum bum, clap, snap.
C’è una famiglia con una nidiata di marmocchi che va in spiaggia. Lui ha antiche origini italiane, mi pare di Salerno. Qualcosa in lui mi ricorda vagamente, molto vagamente, Bruce Willis. I piccoli sono molto irrequieti.Scendono qualche fermata prima di noi.
Arriviamo in spiaggia attraversando la solita teoria di negozi, l’odore del cibo è molto forte. La spiaggia non è a livello di quella visitata ieri, però qui c’è molto più movimento, la gente è impegnata nelle attività più svariate. I soliti surfisti hanno per loro riservato un tratto di mare che noi inavvertitamente violiamo. Ma in California il surf è religione perciò, dopo poco, arriva il bagnino a dirci di sloggiare: siamo in un settore riservato al Dio Surf.
Il lungomare è variopinto, pieno dei personaggi più svariati: bykers in Harley Davidson (e varie Yamaha), fricchettoni sessantenni che ascoltano Steve Miller Band, Neri con i pantaloni dal cavallo incredibilmente basso, yo man, qualche raro italiano del nord, quaggiù non siamo in molti, tanti messicani, cinesi e giapponesi, biondi vikinghi. E questo misto di razze e di culture si accompagna all’odore ormai indefinibile generato dall’insieme di pietanze che sfrigolano, soffriggono, bruciano, pronte a finere tra due fette di pane, figlie oramai di quart’ordine delle rispettive cucine di provenienza.
Un tizio con un chiosco ci fa quattro buoni pani, scelti tra i più semplici a disposizione. Vende pure magliette, palloncini, creme solari e non so che altro.
E’ il 9 agosto. Io e Marta festeggiamo il nostro compleanno.
Sulla strada del ritorno abbiamo pure trovato alcuni giocatori di football che si allenavano sui prati in piena libertà.

Pacific Beach

8 Agosto, 2008 by f.

Riprendiamo il 30 a ritroso, verso Old Town, e ci fermiamo a Pacific Beach, destinazione Crystal Pier, l’albergo più famoso della zona, costruito su un pontile lungo e ampio. Qui si sfidano i più bravi surfisti dell’area di San Diego. Il pontile in pratica divide in due la spiaggia e un buon tratto di mare; curiosamente, a differenza che da noi, i privati, evidentemente pagando, possono riservarsi l’uso di un tratto di mare in esclusiva tant’è che intorno al pontile dell’albergo, nessuno può fare il bagno per una distanza di oltre 50 metri da una parte e dell’altra.

Ignari, ci siamo accampati in quel tratto di spiaggia adiacente al pontile e ci siamo subito tuffati nell’oceano. Il mare è desrto, ci siamo solo noi. Gli altri (non tantissimi, per la verità) sono tutti oltre una linea immaginaria circa 50 metri più in là. Mi è vagamente passato per la mente che una ragione doveva pur esserci ma poi il pensiero è svanito. E infatti, pochi minuti dopo un bagnino solerte è venuto prontamente a redarguirmi catechizzandomi sul fatto che quel tratto di mare è riservato esclusivamente al Crystal Pier. Perciò abbiamo preso le tavole, regalateci da un turista inglese in partanza, e ci siamo spostati. Gli avventori del Crystal Pier osservavano la scena dall’alto, affacciati alla balaustra godendosi la vista della lunga spiaggia di sabbia bianca e fine.
Il mare quì è splendido, pulito nonostante il fondale di sabbia, l’acqua fredda e frizzante (non gelida) e le onde alte di circa un metro. Abbiamo fatto un pò di surf (si fa per dire) con le tavole di polistirolo. E’ stato divertentissimo.
 

La Jolla Cove

8 Agosto, 2008 by f.
Saliamo sul trolley Blu Line per Old Town alla stazione Santa Fe Depot e poi, di lì, il 30 fino a Torrey Pines: in tutto circa 50 minuti. La spiaggia è poco distante, qualche centinaio di metri lungo una strada densa di attività commerciali, soprattutto Deli e Ristoranti di varia nazionalità. Alla fine della strada ci ritroviamo in un grandissimo parco, molto curato. L’erba color verde smeraldo risplende sotto il sole di mezzogiorno, la gente gioca a frisbee, prende il sole, fa jogging, legge. Tutto molto tranquillo.
Una ringhiera separa il parco dalla scogliera. Quando ci si affaccia, il rumore dell’oceano si percepisce  più intensamente e l’odore dello iodio che riempie i polmoni.
Attraversati i prati c’è una gradinata attraverso la quale si arriva direttamnente in spiaggia. Quest’ultima è un’insenatura piuttosto piccola e densa di gente. Non c’è spazio per appoggiarsi, sedersi (di sdraiarsi non se ne parla). E’ complicato fare il bagno per via del fondale ricoperto da grossi sassi lisci e scivolosi.
Marta e Tommaso per un pò si adattano alla situazione ma dopo un pò, stanchi di stare in piedi a guardarli, decidiamo di andare via con destinazione Pacific Beach.
 
 
(Flickr

Guerra al Jet Lag

7 Agosto, 2008 by f.

Abbiamo dichiarato guerra al jet-lag. Dormiamo di giorno (si fa per dire, ovviamente) e vegliamo di notte (non è tanto per dire, è vero!!). Alle due siamo tutti svegli in camera: i bambini litigano, i grandi pure. Ci sono 9 (nove) ore di differenza tra Roma e la California. Soluzione: aboliamo il jet-lag, così potremo dormire di notte.

Detto fatto: dopo il Sea World attraversiamo la città per prendere il ferry per Coronado Island. Lì c’è un albergo storico molto noto che Laura ha intenzione di visitare:  il Coronado Hotel. L’albergo è tutto in legno, con atmosfera dominante tipo Grande Gatsby (è inutile dilungarsi, i dettagli sono su internet). Arriviamo sull’isola alle 20:00. Coronado Hotel è dalla parte opposta dell’isola rispetto al porto: circa tre miglia. Il servizio pubblico finisce alle 18:30 e così prendiamo un taxi. I bambini sono due stracci (non che i grandi stiano molto meglio). Raggiungiamo l’Hotel quasi alle 20:30. E’ l’imbrunire e a parte gli interni, fuori non si vede praticamente più nulla, men che meno la splendida (dice la guida) spiaggia bianca sulla quale l’Hotel affaccia.
Marta e Tommaso non sono voluti venire a visitare quello che noi cerchiamo solo di intuire e sono rimasti nella lobby. Torniamo dentro e li troviamo sdraiati a dormire su due panche in legno: potenza del jet-lag. Sta forse vincendo lui?
Sono le nove di sera. Cerchiamo un taxi che non arriva. Allora, insieme a una coppia mista, lei spagnola di Siviglia lui indigeno di Chicago, torniamo all’embarcadero con un pulmino (12 dollari a coppia, anche se in realtà noi siamo in quattro, comunque non è male per tre miglia). Alle 21:30 prendiamo il ferry e verso le 22:00 siamo finalmente in camera (ma ciò che si legge in un soffio ha dietro una realtà di dura fatica, di trascinamento, sussurri e grida nelle orecchie, tratti di strada con i due sulle spalle).
Una volta lì non c’è nenche il tempo di togliere le scarpe: il sonno è sopraggiunto rapido, come una dura mazzata ma in compenso il jet-lag è vinto.

Lo Zoo di San Diego

7 Agosto, 2008 by f.

Lo zoo è nel Balboa Park, un enorme area verde all’interno della quale si possono fare svariate attività: andare in bici e passeggiare, giretto in canoa sul laghetto, visitare uno dei tanti interessanti musei tematici: noi non lo abbiamo fatto. Con Marta e Tommaso dobbiamo puntare direttamente all’obiettivo, senza indulgere in tentazioni, perciò andiamo direttamente allo zoo che qui è tenuto in modo apparentemente wild, ma in realtà dotato di tutte le facilities che rendonono piacevole e proficua una visita.

Si comincia infatti con un tour guidato in bus che tocca tutti i punti più interessanti. Dopodichè ognuno può approfondire di persona, camminando. Ma anche qui lo zoo riserva sorprese perchè, nascoste tra la vegetazione vi sono scale mobili per superare i dislivelli più forti, percorsi guidati, bar e ristoranti. Il tutto però è fatto con discrezione e gusto, mai qualcosa di eccessivo o fuori posto. Facciamo una visita di dovere ai panda, il panda gigante, in particolare, è il simbolo dello zoo di San Diego.
Trascorse alcune ore ci avviamo verso l’uscita dove ci attende un gradevole spettacolo tenuto da un artista che dipinge la faccia di un babbuino con schizzi di pittura.
(Flickr)

Sea World

6 Agosto, 2008 by f.

JAFP – Just Another Fucking Park
Visti uno li hai visti tutti. Disneyland Paris, Mirabilandia, Oltremare, Gardaland. Poteva avere un senso 20 anni fa, ma ora…
Venire a san Diego per il Sea World è francamente sprecato; certo, lo spettacolo delle orche è notevole ma, in fondo, di quanto differisce da quello dei delfini? Giusto per un pesce, anzi, un mammifero!

Gaslamp Quarter

5 Agosto, 2008 by f.

Sembrava nuvoloso all’inizio poi, piano piano è spuntato il sole. La giornata è bellissima, saranno circa 28 gradi e non c’è un filo di umidità. Prima meta il Gaslamp Quarter, un quartiere storico in corso di forte ristrutturazione. Tutto è estremamente discreto e tranquilo, la gente per strada non forma resse, non sembrano eccessivamente stressato i sandieghesi (sandiegani?), tutto è molto rilassato. I profili spagnoleggianti degli edifici e le case di mattone si integrano alla perfezione con i grattacieli e le palme tropicali. Ovunque in giro ristoranti, delicatessen, bakery: il cibo ha una presenza prominente.

A metà mattinata ci fermiamo a prendere un caffè. Poi tutti a fare la pipì… all’Hilton “can i use the restroom”? “Sure, sir…” I bagni sono lussuosissimi e il concierge è veramente cordiale.

L’albergo è situato all’ingresso del Gaslamp. Un ampio piazzale lo separa da Harbor Dr, una strada ad alto scorrimento con almeno sei corsie. Sull’altro lato dell’Harbor Dr c’è la moderna struttura del Convention Center, tutta in acciao e vetro con le palme a fare da contrappunto alle strutture ipertecnologiche.

Horton Plaza

5 Agosto, 2008 by f.

Dopo aver fatto colazione decidiamo di visitare il quartiere storico di San Diego: Gaslamp. Ci avviamo risalendo Broadway (percorso)e dopo circa un chilometro, sulla destra, si apre uno slargo incuneato tra gli edifici di oltre trenta piani, la cui costruzione risale all’inizo del secolo: è Horton Plaza, così chiamata in onore di Alonzo Horton, considerato il fondatore della città. Attraversato lo slargo, una gradinata conduce direttamente nel cuore di un coloratissimo e articolato shopping  center all’aperto con oltre 100 negozi. Il centro commerciale è pullulante di vita e di odori di derivazione soprattutto messicana.

Tommaso intraprende con un bambino tedesco (olandese?) un’avvincente partita a scacchi che poi vincerà per abbandono dell’avversario. Dopo qualche ora ci avviamo verso Gaslamp.

(Flickr)

Finalmente si mangia

5 Agosto, 2008 by f.

Grand Central Cafè

Dopo una notte quasi interamente in bianco per via del jetlag, intorno alle 7:30 decidiamo che può bastare così (la fame si sta facendo sentire; Tommaso e Marta si aggirano intorno al frigo-bar pronti ad approfittare di ogni nostra distrazione) e quindi usciamo per cercare qualche posto dove fare colazione visto che quest’ultima non è inclusa nella tariffa dell’albergo.

Abbiamo imboccato State St e poi girato su W Broadway (percorso). Percorsi qualche centinaio di metri, dopo aver scartato un paio di posti poco convincenti, abbiamo notato un Cafè con grandi finestroni alti che affacciavano sulla strada: il Grand Central Cafè. Ci è parso un bel posto così siamo entrati. Tommaso, Marta e Laura hanno preso uova strapazzate, bacon e french toast (due terribili fette di pancarrè spesso 3 cm, fritto e cosparso di cannella) Io latte e cereali (honey nut granola).

I ragazzi e le ragazze che servono ai tavoli sono molto gentili. La sala è ariosa e luminosa, con grandi finestre che danno sulla Broadway. E’ situata nello stesso edificio dell’YMCA e direttamente connessa con la reception che ha un aspetto semplice e rigoroso; gli arredi sono datati ma bentenuti.

Il posto è pieno di studenti e giovani dato che è connesso all’YMCA. I prezzi sono contenuti.
(Flickr 1) (Flickr 2)

La Camera

4 Agosto, 2008 by f.

Qui alcune immagini della stanza

San Diego, San Diego

4 Agosto, 2008 by f.
dalla camera

dalla camera

Dopo 19 ore di viaggio (9 ore Fiumicino – Washington; 4 ore di attesa; 5 ore Washington – San Diego) ce l’abbiamo fatta.
Appena fuori dall’aeroporto prendiamo un taxi che per 11 dollari (tassa del 20% e mancia comprese) ci porta a West Broadway. La stanza è al tredicesimo piano. L’albergo è di tono moderno, curato (ma i dettagli sono traditori), forse un pò pretenzioso.

Alle 22:40 sono tutti a nanna così mi arrabatto per rubare un pò di connessione wireless a portatata di rilevamento ma quelle che trovo sono molto instabili così mi rassegno a pagare 12,95 dollari per 24 ore (la connessione internet è a pagamento in camera e gratuita nella lobby). L’albergo, è un edificio di 20 piani, situato in una posizione molto centrale con fitness (palestra), body massage, sala computer, bar, ristorante. La lobby al piano terra è molto trendy: oltre al banco della reception, c’è l’angolo “whatever wherever”, il bar molto fornito dove di serà si può mangiare in maniera informale piatti discretamente ricercati. Parecchi ospiti scendono dalle loro camere, in genere muniti di macbook air ultimo grido, a chattare e scrivere email.

Washington

4 Agosto, 2008 by f.

Ok, siamo nella capitale. Partiremo fra circa un’ora per San Diego. Fila spaventosa, ritiro bagagli, riconsegna bagagli, dogana (di nuovo, già fatta a Roma) scansione dell’iride, impronte digitali, check-in e ora attesa per l’imbarco. Sono le 16:30 quì. Marta e Tommaso stanno cascando dal sonno; per loro è notte fonda. Tommaso sta mangiando un cheeseburger con patatine all’aglio: puzza. Marta e Laura sono in giro a cercare vivande …

sala d'attesa

Aeroporto di Washington DC

In Volo

4 Agosto, 2008 by f.

Ecco alcune foto (di Marta)

Sull’aereo

4 Agosto, 2008 by f.

Siamo saliti, seduti. Io e Marta da una parte, Tommaso e Laura da un’altra (tutti comunque, più o meno in coda all’aereo).

Finalmente l’aereoporto

4 Agosto, 2008 by f.

Purtroppo le speranze di ottenere posti migliori sono svanite. L’aereo è zeppo come un uovo e c’è overbooking. Un funzionario della United ha chiesto ai passeggeri in fila per il check-in di rimanere a Roma un giorno in più (cioè di partire il giorno dopo) in cambio di una notte in albergo e del trasferimento a Roma e per l’aeroporto. Ho sentito solo dinieghi ma qualcuno rimarrà pure a terra! Noi dobbiamo solo stampare la carta d’imbarco e consegnare le valigie per cui siamo abbastanza tranquilli (anche se non si sa mai).

Le operazioni si svolgono al terminal 5, un nuovo terminal costruito appositamente per gli imbarchi delle compagnie americane e di quella israeliana. C’è una pensilina in alto dove girano militari con il mitra imbracciato. No comment.

Ci siamo

3 Agosto, 2008 by f.

Ci siamo dunque. Le valigie sono pronte, i documenti sono pronti, tutto è pronto. Il taxi è prenotato per domattina alle 7:50. Oggi abbiamo fatto il web checkin. I posti assegnatici sono veramente pessimi: siamo in coda. Domattina a Fiumicino vedremo di cambiare qualcosa. Bisogna però arrivare presto…
Alle 10:40 è previsto il decollo; alle 20:30, ora della California, l’arrivo (saranno le 5:30 di mattina da noi, cioè circa 21 ore dopo il decollo). Ma fa parte della vacanza anche il volo, il volo disagiato…

Il Viaggio

29 Luglio, 2008 by f.

Dopo un intensa ricerca di voli, alberghi, auto, oramai tutto è pronto. Stiamo per partire. L’esplorazione dell West Coast inizierà da San Diego, California, e proseguirà per Phoenix, Arizona. Di lì, passando per il Grand Canyon, raggiungerà Lake Powell e Monument Valley, nello Utah. Si rimane in questo stato con le visite al Bryce Canyon e allo Zion National Park. Poi sarà la volta del Nevada con Las Vegas e quindi si torna in California: Los Angeles. Ultima tappa San Francisco, poi si fa ritorno a casa.

Tracciato del viaggio (google maps)

Tracciato del viaggio (google maps)

Allora, facciamo un pò di conti

in aereo:
4 ago – Roma – Washington DC – San Diego CA – 12.000 km
27 ago – San Francisco CA – Munich – Roma – 12.000 km
totale 24.000 km

in macchina:
10 ago – San Diego CA – Phoenix AZ – 580 km
11 ago – Phoenix AZ – Sedona AZ – 190 km
12 ago – Sedona AZ – Cameron AZ - 140 km
13 ago – Cameron AZ – Page AZ – 150 km
15 ago – Page AZ – Tropic UT – 260 km
16 ago – Tropic UT – Springdale UT – 160 km
17 ago – Springdale UT – Las Vegas NV – 270 km
19 ago – Las Vegas NV – Los Angeles CA – 460 km
21 ago – Los Angeles CA – Cambria CA – 380 km
22 ago – Cambria CA – San Francisco CA – 390 km
totale 2.980 km

Summercamp

29 Luglio, 2008 by f.

Tommaso e Marta sono tornati dagli States (Ivoryton CT) il 20 luglio: lì c’è un campo estivo (o meglio, summercamp). Ripartiamo insieme il 4 agosto: 15 giorni dopo il loro ritorno (è lecito dubitare della nostra sanità mentale).

Preparativi

29 Luglio, 2008 by f.

Dopo una lunga fase preparatoria il viaggio ha finalmente preso forma e contenuto.
Si parte il 4 agosto per San Diego dove sosteremo per 5 giorni (la sosta più lunga di tutto il viaggio). Il 10 agosto si trasloca: destinazione Phoenix, Arizona. Da lì partiamo per un lungo giro nei parchi attraverso l’Arizona (Gran Canyon), lo Utah (Lake Powell, Monument Valley, Zion National Park) fino a Las Vegas, Nevada. E siamo al 17 agosto (volati via 13 giorni).
Dopo due giorni nella patria dei Casino è la volta di Los Angeles, dove passiamo tre giorni e poi su fino a San Francisco lungo la costa (Big Sur).
Rimaniamo qui 4 giorni e poi (mesti? stanchi? soddisfatti?) torneremo a Roma la mattina del 28 agosto.